Il silenzio (dissenso) di Marini

La decisione di Guglielmo Epifani di rompere fragorosamente con le altre confederazioni proclamando uno sciopero generale contro gli accordi che esse hanno sottoscritto, e quindi di fatto anche contro di loro, sta aprendo una crepa all’interno del Partito democratico.
14 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 15:06 | 14 AGO 20
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La decisione di Guglielmo Epifani di rompere fragorosamente con le altre confederazioni proclamando uno sciopero generale contro gli accordi che esse hanno sottoscritto, e quindi di fatto anche contro di loro, sta aprendo una crepa all’interno del Partito democratico. Quasi tutti i dirigenti provenienti dall’area cattolica democratica insistono perché il partito eviti “interferenze”, il che suona come una critica all’appoggio fornito da Walter Veltroni al segretario della Cgil. C’è anche chi va oltre alla richiesta di “equidistanza” avanzata peraltro in modo molto netto da Enrico Letta. L’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, per esempio, giudica lo sciopero generale “un atto unilaterale che spacca l’unità dei lavoratori”.
Il suo predecessore alla guida del sindacato cattolico, Franco Marini, che resta il più autorevole esponente dell’area popolare del Pd, invece ha mantenuto finora il riserbo e il suo silenzio viene interpretato in modo diverso. C’è chi lo considera minaccioso, pensando che l’ex presidente del Senato stia col fucile puntato in attesa di una qualsiasi forma esplicita di sostegno a Epifani da parte di Veltroni per aprire le ostilità contro il segretario. Altri invece leggono nel suo atteggiamento il segno di una sorta di rassegnazione a una deriva inevitabile di scontro intersindacale che vuole evitare si trasmetta all’interno del partito minandone l’unità.
In effetti il richiamo delle appartenenze e delle simpatie sindacali può essere persino più lacerante di quello delle precedenti appartenenze politiche, se non altro per il semplice fatto che il Pci e la Dc non ci sono più, mentre Cgil, Cisl e Uil esistono e influenzano settori ancora importanti di lavoratori e di militanti, molti dei quali impegnati nel Partito democratico. La Cgil ha assunto la guida della cosiddetta “opposizione sociale”, il che apre un problema serio al partito cardine dell’opposizione politica, che rischia di apparire troppo moderato e condiscendente agli estremisti e, contemporaneamente, barricadiero ai riformisti. Una stagione di scioperi minoritari, come sono già stati quelli degli statali, e di manifestazioni irruenti mette a dura prova la “vocazione maggioritaria” della maggior forza di opposizione. Potrebbe arrivare a metterne in discussione l’unità, come lascia immaginare la prudenza di Marini, che tuttavia non si farà trascinare nel gorgo dell’esasperazione in cui è caduto Epifani.